La French, vodka dal tocco francese

„Ho già finito la mia vodka ghiacciata | e brindo a lei, che non è più ritornata.“
Enrico Ruggeri
Cantante

L’abbiamo conosciuta al MICS (Monaco International Clubbing Show) di Montecarlo, e ci è piaciuta subito…forte, elegante, sexy, perfettamente a suo agio nel jet set internazionale.  E’ nata in Francia ma ha residenza a Londra. D’altra parte è cosmopolita.. No, non è una donna, è una vodka. 

Con la sua reputazione per il vino ed il Cognac, è facile dimenticare che la Francia produce alcune delle più eleganti Vodka

 La French Vodka è una Vodka Premium,si distingue per la sua ricetta unica, creata a Cognac; una città il cui prestigio globale è noto.

Questa vodka deriva dai più alti standard di qualità e purezza. con sottotoni di agrumi e vaniglia che gli conferiscono il suo carattere unico.

La miscela di acqua di sorgente locale cristallina miscelata con il miglior grano francese viene distillata non meno di cinque volte al fine di produrre uno spirito puro ed elegante. 

Perfetto in un cocktail il tocco morbido di vodka non è mai opprimente, ma integra i sapori combinati. 

In cocktail con ingedienti di alta qualità o semplicemente bevuta liscia, fresca ma non ghiacciata, la Vodka francese aggiunge un tocco di raffinatezza e prestigio in ogni occasione glamour: la scelta ideale per momenti esclusivi lungo la Costa Azzurra, ma non solo

LA FRENCH VODKA

La french perfect serve:

per un servizio in cui far risaltare al massimo i sentori di questa vodka di qualità, il nostro consiglio è di abbinarla ad una fettina di arancia, precedentemente “aromatizzata” con vaniglia del madagascar. La vodka fresca, ma non ghiaggiata , per poter meglio sentire le infinite sfumature di gusto ed aromi

Se invece dovessimo pensare ad un cocktail, non dovremmo andare lontano. Con il suo mix di arancia e vaniglia, il cocktail esiste già:

Harvey Wallbanger

  • 4.5 cl Vodka la French
  • 9 cl Succo di arancia
  • 1.5 cl Galliano (in superficie)

Si prepara direttamente nel bicchiere , tumbler con ghiaccio. Si serve senza cannuccia

Cent’anni di…dolcezza

“Le cose hanno vita propria, si tratta soltanto di risvegliargli l'anima.” (cent'anni di solitudine)
Gacriel Garcia Marquez
Designer

La location è di lusso, Rapallo è li fuori, con il suo porto che illumina la baia. La giornata l’abbiamo passata sotto il tiepido sole di questo inizio di autunno, che di autunno ancora non ha niente, sul mare di Portofino. La compagnia è piacevole, tra nuovi e vecchi amici.

La magia della serata continua con una scoperta (da parte mia), di una dolcezza che ben si accompagna alle chiacchiere ed alle risate. Confesso di non aver mai provato il Grand Marnier Centenaire.

La storia di Grand Marnier® inizia nel 1827 quando Jean-Baptiste Lapostolle fondò una distilleria che produceva liquori alla frutta a Neauphle-le-Château, vicino a Versailles. Nel 1876, sua nipote sposò Louis-Alexandre Marnier, figlio di una famiglia di commercianti di vino della regione di Sancerre, creando la famiglia Marnier Lapostolle. La bottiglia creata da Louis-Alexandre Marnier Lapostolle nel 1880 si ispira alla forma del cognac. Il sigillo di cera, il nastro rosso e l’etichetta d’avorio con le sue lettere gotiche non cambiano da 150 anni

CUVÈE DU CENTENAIRE

Creato nel 1927 da Louis-Alexandre Marnier Lapostolle per il centenario dell’azienda la “Cuvée du Centenaire” vi sorprenderà con il suo particolare connubio fra il gusto delle arance amare e una speciale miscela di pregiati cognac XO (prodotti con uve del Petite e Grand Champagne).

NOTE DI DEGUSTAZIONE

Color ambra dai riflessi ramati.
Al naso profuma di arance candite su un sottofondo di spezie.
Al gusto ritroviamo sentori di frutta secca, zenzero e noce moscata.
Piacevole il finale, con leggere sfumature di composta di arance sotto spirito.

1912, il Grand Marnier è a bordo del Titanic nella sua, purtroppo sfortunata traversata, una bottiglia del celebre liquore è attualmente conservata all’interno dei Titanic Museum di Belfast

1980 e 1990 periodo storico per l’azienda. Celebri cocktail come il B52 e Grand Cosmopolitan vengono realizzati e ufficializzati dall’IBA, entrambi sono a base di Grand Marnier. 

devo ringraziare alcune persone per questi splendidi momenti e per la scoperta di Grand Marnier Centenaire: Patrizia Beretta di Campari , Danilo Bellucci e Michele Di Carlo, sempre attivi e presenti nel bartending italiano in modo positivo ed amichevole, ed ultima, ma non ultima, Rossella De Stefano di Bargiornale

Pineau des Charentes

un mosto fortificato dal cognac

(per gentile concessione) il farmacista goloso

 

Nella regione delle due Charentes non si produce solo cognac: esiste un altro prodotto dell’uva, benché quasi sconosciuto in Italia, che prende il nome di Pineau (des Charentes): in pratica si tratta di una mistella come è chiamata anche da noi, cioè di un mosto di cui viene bloccata la fermentazione con l’aggiunta di alcool. Un esempio consimile viene dalla Normandia, dove si impiegano le mele, ed il calvados come alcool, per ottenere il Pommeau, un altro dalla Guascogna, con il Floc de Gascogne, sempre a base di mosto, e di armagnac stavolta.

Pineau bianco - ditta Bureau - Montils (Ch. Maritime)

L’uso del pineau è noto in tutta la regione di produzione del cognac come aperitivo, che si serve fresco, particolarmente in estate. Si trova prevalentemente nella Charente Maritime.

Ne esistono due qualità, bianco, da uve bianche per cognac, e rosato, da Merlot e dai Cabernet. Il mosto deve provenire da uve coltivate nelle due Charentes, e la fermentazione viene bloccata con l’aggiunta di cognac a 60° quando il mosto raggiunge 10 gradi alcolici. Se ne ricava un mosto fortificato che ha un titolo alcolico compreso tra 16 e 22 gradi.

L’origine di questo prodotto contadino si perde nel tempo, frutto di errori casuali, come il versar mosto in una botte di cognac creduta vuota, oppure volutamente, non si sa. Ma certo è che fosse già conosciuto e apprezzato alla corte del re Luigi Filippo negli anni ’30 del 1800.

Come si fabbrica nel dettaglio?

Il mosto, rosé o bianco, viene lasciato brevemente fermentare, dopodiché viene aggiunta una parte di cognac giovane ogni 4 parti di mosto, che lo spegne. Infine il prodotto viene travasato in una barrique che ha contenuto del cognac, e lasciato invecchiare almeno un anno.

Naturalmente esistono Pineau che maturano anche fino a 10 anni in botte, acquisendo, se rosati, tonalità ambrate ed una notevole finezza e profondità grazie al prolungato contatto col legno.

Le denominazioni quindi divengono Vieux Pineau dopo 5 anni di botte, e Très Vieux Pineau dopo 10 anni. Si invecchia anche oltre, talvolta.

La sua produzione è permessa ai viticoltori-distillatori di cognac (boilleurs de cru), alle cooperative, e sola eccezione tra i commercianti, alla maison Camus, con l’obbligo per tutti di usare esclusivamente le uve coltivate in proprio. Lo stato francese accorda tutela a questo prodotto con una denominazione d’origine (AOC) fin dal lontano 1935.

Pineau rosé invecchiato 7 anni (Vieux) - Chateau de Montifaud - Jarnac-Charente (Ch. Maritime)

Pineau rosé invecchiato 7 anni (Vieux) – Chateau de Montifaud – Jarnac-Charente (Ch. Maritime)

Il Pineau, per tradizione un prodotto contadino, ha avuto un discreto sviluppo commerciale nelle regioni più esterne dell’appellation da quando verso la metà del 1970 in queste aree si è abbandonata la lavorazione del vino da cognac: oggi questo aperitivo rende ancora interessante la coltura della vite nei petits crus,  Bons Bois e Bois Ordinaires soprattutto,e viene largamente apprezzato dal vivace turismo che raggiunge le coste dell’Oceano d’estate, dando sostegno alle piccole aziende agricole che lo producono.

Il Pineau ha note dolci tipiche dei mosti, ma con una vena acidula, e un corpo figlio del cognac che contiene; l’invecchiamento poi dona vene speziate e legnose grazie al lungo contatto con la botte, facendo ricordare un vecchio porto, seppure restando una bevanda leggera e facile più di un vino fortificato. Provatelo, se lo trovate.

Regole del bar: 1 il barman ha sempre ragione 2 se il barman ha torto vedi regola 1

 

Il re dei Cognac

Louis XIII

“Brandy: Mistura composta di una parte di tuoni e fulmini, due parti di efferato assassinio, una di morte e dannazione, due di Satana distillato e due di imprecazioni. Tra parentesi è piuttosto buono.”
AMBROSE GWINNETT BIERCE

Non è il più caro in assoluto, pur non essendo esattamente a buon mercato. Ma sicuramente è uno dei più conosciuti e ricercati.

Avrete capito, parlando di Cognac, che mi sto riferendo al mitico Louis XIII, della maison Remy Martin.

Ho avuto la fortuna di servirne molti, nei miei anni dietro al banco, e purtroppo devo constatare che non sempre chi lo beve è in grado di riconoscere le finezze di questa acquavite.

Come dire che avere le possibilità non sempre ha anche il gusto.

Questo Cognac, nasce nel 1874, per celebrare i 150 anni dell’azienda, e viene prodotto utilizzando esclusivamente le uve provenienti dalla regione della Grande Champagne, il suo nome è un omaggio all’omonimo sovrano di Francia, il suo colore brillante, l’intenso profumo e il particolare gusto speziato sono il risultato di un blend di 1.200 differenti acquaviti, invecchiate dai 40 ai 100 anni in botti secolari di legno di quercia. Ciliegina sulla torta è la preziosa bottiglia che contiene questo nettare, di cristallo e numerata, perchè ognuna è unica, e con il caratteristico tappo a forma di giglio.

Al naso esprime un incredibile ventaglio olfattivo di frutta secca, datteri, uva passa, fichi e nocciole tostate, insieme a sensazioni di scorza candita e spezie dolci come cannella e anice stellato, oltre a sentori tostati di caffè, tabacco e cuoio. Incredibilmente, ogni volta che si mette il naso nel bicchiere, si avverte un nuovo profumo, di grande respiro ed ampiezza. La bocca è la perfetta conferma del naso, avvolgente e suadente, morbida e muscolosa, in una percezione di calore ben integrata da una grande struttura che non porta mai alla fine. Infinito come la la sua persistenza, immensa e ricca di ritorni fruttati, floreali e tostati.

Durante il regno di Luigi XIII, la famiglia Rémy Martin si insedio’ nella regione di Cognac. Centocinquanta anni dopo, i figli dei figli dei figli decidono di nominare il cognac di casa più prestigioso proprio come il Monarca del periodo in cui iniziò la grande Chance e ricchezza. Il cognac Louis XIII è ancora oggi uno dei migliori al mondo.

Fortunatamente, malgrado il costo decisamente alte, ho avuto la fortuna di assaggiarlo, in una degustazione verticale, nella splendida cornice del casino di Montecarlo.

Non so come sia il paradiso, ma questo si avvicina molto

http://www.visitesremymartin.com/en/

Paul John, il whisky indiano

Troppo di tutto è male, ma troppo buon whisky è appena sufficiente.
(Mark Twain)

Il whisky che arriva dal caldo

Uno dei distillati più nobili che possiamo trovare nella nostra bottigliera è certamente il whisky.

Fu San Patrizio che di ritorno da uno dei suoi viaggi di evangelizzazione in Terra Santa portò in Irlanda un alambicco e la conoscenza dell’arte della distillazione.

Già nel V secolo D.C., qui cominciò la produzione di un distillato che possiamo pensare essere un lontano antenato del whisky che conosciamo oggi.

Nato in Irlanda, divenne però famoso in Scozia, poi negli Stati Uniti e in Canada, fino ad arrivare in Giappone, grazie a Masataka Taketsuru. Sono queste le nazioni produttrici di whisky e di whiskey che più comunemente troviamo in bottigliera.

Ma lo producono solo lì?

No, il whisky lo si può produrre in tutto il mondo. Ci sono etichette che portano la bandiera australiana, altre quella neozelandese, quella italiana, fino ad arrivare anche in India. Ed è proprio qui che mi vorrei soffermare oggi, parlando di Paul John.

Nel 1992 è stata fondata a Goa, nel sud dell’India, la Paul John Distillery. Qui si produce un ottimo whisky di malto che negli ultimi anni ha riscontrato ammirazione e successo da parte di appassionati ed intenditori di tutto il mondo. Ma per descriverlo meglio, visto che si tratta di malto d’orzo, proviamo a fare qualche paragone con il re indiscusso del whisky di malto: lo Scotch!

Cominciamo dalla materia prima.

In Scozia si usa l’orzo distico, più ricco di amidi, mentre l’orzo indiano utilizzato per produrre Paul John viene coltivato nell’Himalaya, ed è di qualità esastica, quindi più povera di amidi ma più ricca di proteine e di acidi grassi. Questo comporta una resa alcolica inferiore rispetto a quello europeo, ma un bouquet di sapori più ampio e un distillato più oleoso.

La fermentazione è una fase fondamentale per tutti i distillati. Qui i lieviti saccaromiceti lavorano in un ambiente completamente diverso da quello scozzese, quindi i sapori che donano al fermentato e successivamente al distillato sono tropicali.

Bisogna fare molta attenzione e capire dove viene fatto un distillato, perché durante la fermentazione i lieviti autoctoni conferiscono i sapori dell’ambiente in cui lavorano.

Con la fermentazione creiamo tutti gli elementi che ci servono e che non ci servono. Si tratta di un processo chimico. Ora però questi elementi dovranno essere separati con un processo fisico: la distillazione. Qui decidiamo chi portare con noi e chi invece non ci serve.

Per la distillazione Paul John ha a disposizione tre alambicchi che hanno un potenziale produttivo di 3000 litri giornalieri, e riesce a piazzare sul mercato internazionale oltre 10 milioni di bottiglie l’anno.

Per l’invecchiamento utilizza invece quasi esclusivamente botti ex-bourbon. Di recente ha introdotto anche botti che hanno precedentemente contenuto Sherry del tipo Oloroso e che vengono impiegate solo per release particolari. Naturalmente anche per la maturazione il luogo dove viene lasciato a riposare è fondamentale. Qui ci troviamo in una zona tropicale, quindi fa molto più caldo rispetto alla Scozia. A Goa queste temperature più elevate fanno sì che il distillato maturi molto più velocemente.

L’Angel Share, ovvero quella parte di distillato che dalla botte evapora durante l’invecchiamento, qui è compreso tra l’8% e il 12% l’anno, come succede anche per il rum e per tutti i distillati invecchiati in questi ambienti caldi. In Scozia invece la “Parte degli Angeli” è compresa circa tra il 2% ed il 3%.

Questo significa che 10 anni di invecchiamento tropicale equivalgono a circa 30 anni di invecchiamento in Scozia.

Tutti i whisky Paul John non contengono coloranti o caramello, e non sono filtrati a freddo.

Ma cos’è la filtrazione a freddo?

Quando si svuota la botte, in genere si effettua una filtrazione grossolana con un filtro di canapa, in modo da trattenere tutte le scaglie di carbone che si possono staccare dall’interno della botte. Quindi viene effettuata una filtrazione più fine per togliere altre impurità. Restiamo però ancora lontani dal whisky limpido e pulito a cui siamo abituati.

Per arrivare al prodotto che conosciamo è stata introdotta una tecnica efficace, ancora oggi in uso, chiamata “Filtrazione a Freddo”. Il whisky viene fatto scorrere attraverso un tubo avvolto da un manicotto che contiene azoto liquido a temperatura molto bassa. All’interno del tubo il distillato si abbassa di temperatura in modo molto rapido, raggiungendo anche i -4 °C. Il whisky contiene anche degli oli che a questa temperatura diventano una sorta di gelatina capace di trattenere tutte le impurità, e dopo un’ultima filtrazione si ottiene un prodotto pulito.

Ora però c’è chi si chiede se la rimozione di questi oli sia una cosa positiva o negativa in termini di qualità.

Dal mio punto di vista questi oli fanno parte del distillato, pertanto sarebbe meglio conservarli anche a discapito della purezza visiva di un bel bicchiere di whisky. Così la pensano anche molti imbottigliatori indipendenti, che evidenziano sull’etichetta le scritte “Unchill-Filtered” o “ No-Chill-Filtering”. La maggior parte delle etichette che noi bartender abbiamo in bottigliera utilizzano la filtrazione a freddo poiché è purtroppo molto comune pensare che un liquido torbido sia un cattivo prodotto e comunque difettato. Non è però così. Se davanti a noi abbiamo una bottiglia dove in etichetta troviamo scritto “Unchill-Filtered”, “Single Cask” e “Cask Strengh” possiamo dire che sarebbe come bere direttamente dalla botte il nostro distillato.

Ma tornando ai nostri Paul John: tutti gli ingredienti che vengono utilizzati per la loro produzione sono Indiani? Quasi tutti. Abbiamo accennato prima alle botti che hanno contenuto Sherry del tipo Oloroso poi utilizzate per alcuni release. Tuttavia c’è ancora un elemento che viene utilizzato nel processo produttivo di due etichette Paul John che non è indiano: la torba. Questa arriva direttamente dalla Scozia. Ne vengono utilizzate due tipologie. Una proveniente dall’isola di Islay, forte e pungente, dallo spiccato sentore medicinale; l’altra da Aberdeen nelle Highland, più erbacea e vegetale.

Oggi i whisky Paul John sono venduti in oltre 30 nazioni nel mondo, e le sue botti sono ricercate anche dai migliori imbottigliatori indipendenti.

Paul John è sicuramente un prodotto da provare, un prodotto che può far scoprire una nuova dimensione nel mondo del whisky.

Vi invito a visitare il sito ufficiale (www.pauljohnwhisky.com), oppure il sito del distributore in Italia di questo grande distillato (www.ghilardiselezioni.com).

1494…e whisky fu

Il 1 ° giugno 1494, i Rotoli di Exchequer di James IV of Scotland registrano la concessione di malto a un monaco per fare “acquavite” in quella che è considerata la prima menzione registrata di whisky – o almeno di distillazione – nella storia scozzese.

I rotoli di Exchequer dei re medievali erano i registri delle entrate e delle spese reali e per coloro che sono interessati alle bevande sono spesso pieni di riferimenti talvolta allettanti e talvolta molto dettagliati al vino, alla birra e, in seguito, agli spiriti.

La voce in questione in questo caso registra:  “To Friar John Cor, by order of the King, to make aqua vitae VIII bolls of malt.” ( “Et per liberacionem factam fratri Johanni Cor per preceptum compotorum rotulatoris, ut asserit, de mandato domini regis ad faciendum aquavite infra hoc compotum, viii bolle brasii.)

Gli storici concordano ampiamente sul fatto che, riferendosi specificamente all ‘”acquavite” e al riferimento al malto (orzo) per farla, Fra John Cor o uno dei suoi confratelli devono aver fatto della distillazione.

Aqua vitae significa “acqua della vita” in latino come in gaelico ” uisge-beatha “, che successivamente è stato anglicizzato come “whisky”. Questa menzione del 1494 segna il primo scritto di whisky – o almeno di distillazione – in Scozia.

Naturalmente non vi è alcuna prova del tipo di spirito che Padre Cor stava producendo.

Non era certamente “scotch” nel senso in cui lo conosciamo oggi, non vi è alcuna indicazione che fosse invecchiato in botte per esempio e certamente non per un certo periodo di tempo.

E dato che le persone del Medioevo tendevano a preferire i loro vini chiari e limpidi, è molto probabile che anche i primi spiriti fossero chiari, mentre i distillati scuri che apprezziamo  oggi erano considerati indesiderabili nello stesso modo in cui Dom Pérignon avrebbe in seguito cercato di eliminare le bollicine dal suo vino.

Il distillato finale sarebbe stato anche aromatizzato con erbe e spezie e quindi, in un certo senso, era più simile a un gin che a un whisky.

D’altra parte, come ogni distilleria scozzese che si rispetti, anche l’abbazia aveva una sua fonte d’acqua (molto vicina al fiume Tay),  con cui contribuire a creare il suo distillato.

Non si sa molto di padre Cor e del suo preciso coinvolgimento nel distillare questa ‘acquavite’.

Si sa che era un frate dell’Ordine dei Tironiani e viveva nell’Abbazia di Lindores a Fife: i Tironensiani erano una congrega più rigida dei padri Benedettini.

La posizione esatta di Cor nell’abbazia non è chiara, ma viene spesso menzionata negli archivi e deve essere stata una figura di rilievo;

in seguito viene menzionato nelle Exchequer Rolls, ricevette denaro  come regalo dal re a Natale ed abiti neri per servre, per un periodo,  nella casa reale.

Ma è lui o un altro fratello, il distillatore di Lindores Abbey?

È probabile che non lo sapremo mai con certezza e così Frate John Cor rimarrà la prima persona che conosciamo direttamente collegata alla distillazione in Scozia.

James IV of Scotland

Quello che possiamo supporre dai registri precedenti è che la prima distillazione è del 1494 e che la quantità prodotta non era irrilevante.

Le origini della distillazione sono molto antiche, essendo conosciute da popoli remoti e che veniva usata anche dagli arabi per produrre profumi.

Anche se studiosi e alchimisti probabilmente sperimentarono la distillazione nell’Europa medievale, la distillazione su larga scala sia per uso medicinale che per consumo generale probabilmente non ha fatto molti progressi fino al tardo 14 ° secolo e probabilmente tra il 15° e 16° secolo.

Appena sei anni dopo la sua citazione in Scozia, in Germania Hieronymus Brunschwig pubblicherà il suo libro sulle tecniche di distillazione ” Liber de arte distillandi de simplicibus “, che suggerisce che è in questo periodo che il processo è stato sempre più raffinato e diffuso.

Sebbene il re abbia fornito il malto per la produzione dello spirito, vi sono poche indicazioni che l’acquavite risultante sia destinata al suo consumo ed è più probabile che sia stata conservata per uso futuro come medicinale.

Una “caps” era una vecchia misurazione scozzese derivata dalla parola “ciotola” e mentre queste unità possono essere difficili da convertire con precisione in termini moderni, è generalmente indicato come l’equivalente di 1.500 bottiglie da 70cl oggi – prova infatti che la distillazione era piuttosto ben avviata a questo punto.

Sfortunatamente, né l’Abbazia né il suo protettore reale hanno avuto una bella fine.

James IV fu abbattuto dagli alabardieri inglesi insieme a molti dei suoi nobili nella battaglia di Flodden nel 1513 e Lindores fu attaccata e rovesciata dai riformatori nel tardo 16° secolo, l’ultima volta nel 1559 dal rabbioso ministro John Knox, e fu lasciata in rovina, i suoi edifici furono distrutti per recuperare  pietra e ardesia e il suo orologio finì a Edimburgo.

Eppure la distillazione qui continua ancora oggi.

Il sito fu acquistato nel 1913 da John Howison e suo nipote, Drew McKenzie Smith,che hanno ricominciato a distillare là dove c’era l’abbazzia.

Il permesso per la distilleria è stato concesso tre anni fa e il primo “spirito nuovo” è stato prodotto a dicembre dello scorso anno.

Sebbene la distilleria dell’abbazia di Lindores abbia lo scopo di produrre whisky scozzese, non sarà pronto fino al 2021 e la distilleria vuole invecchiare il whisky per almeno cinque anni prima del rilascio.

Nel frattempo, tuttavia, attingendo alle registrazioni storiche, haprodotto un ‘Aqua Vitae’ aromatizzato con mannaie (erba d’oca), verbena di limone, abete douglas e cicely dolce che sono tutti coltivati ​​nei terreni della vecchia abbazia.