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  • Locali e Barmen

    FAITES VOTRE JEUX….

    “Punta più di quanto tu possa permetterti di perdere ed imparerai il gioco.” sir Winston Churchill statista Tutti conoscono il Casino di Montecarlo, è sicuramente uno dei Casinò più famosi al mondo, ma pochi possono descrivere come ci si sente a farne parte.  Dici Casinò e pensi subito ai croupier è ovvio, ma esiste una categoria che lavora e che aiuta a rendere magico e speciale questo ambiente… i Barmen. Sempre  a contatto con  situazioni speciali, piccoli attimi che racchiudono emozioni, speranze, follia o semplicemente un momento di svago….e già essere in questo contesto surreale ti regala molte soddisfazioni, puoi essere artefice di molti cocktail dai classici alle nuove creazioni,…

  • Bartending,  Cocktails,  Eventi

    Green Week, una settimana floreale

      Imperia, vista da fuori, potrebbe sembrare una sonnolenta cittadina di provincia, adagiata sul mare. In realtà è vivace e colorata, grazie alle varie iniziative che vi si svolgono. Da qualche tempo sul porto di Oneglia c’è un insolito movimento, di persone e colori. Questo grazie a Canna Ramella, una cartoleria che ha deciso di aprire al suo interno un delizioso bar. Ovviamente nè la cartoleria nè il bar sono improvvisati, la scelta, in entrambi i casi, per gli ospiti, è di classe e qualità. Come se non bastasse ora arriva la “Green Week” , una intera settimana dedicata alla natura, nei suoi molteplici aspetti. A pertire da sabato 13 maggio,…

  • Bartending,  Cocktails,  Locali e Barmen

    IL MARTINI PERFETTO

    Il Martini è sicuramente “Il Cocktail!” Abbiamo trovato questo articolo su Internet che ci sembrava interessante. Poteteleggere originale (in inglese, di Emma Cooke ) a questo indirizzo: https://www.buzzfeed.com/emmacooke24/shaken-not-stirred?utm_term=.glx2x6zxw#.deeaQAyQo Il Martini: Esiste un drink piu “affabile”? Io credo di no   Ma per un drink con solo due ingredienti, ci sono molti modi per farlo Shakerato o mescolato? Gin o vodka? Oliva o limone? Dirty o normale? Ci sono un sacco di variazionie opinioni diverse su questo Abbiamo chiesto a Jared Brown, mastro distillatore di Sipsmith gin, co-autore di “Shaken not styrred: una celebrazione del Martini”, esperto a tutto tondo di Martini,  i suoi suggerimenti: 1. Il classico Martini è fatto con il gin,…

  • Bartending,  Cocktails,  Spirits

    VODKA BELUGA

    Il lusso di bere bene Torno a parlare di Vodka (con la V maiuscola), dopo aver effettuato una serie di assggi di Vodka Beluga a Nizza. Grazie alla brand ambassador Katerina Tsokolenko, che ci ha dato la possibilità di conoscere meglio la gamma di Vodka dello storione. Innanzitutto perchè dare ad una Vodka il nome di un pesce? In primis perchè non è un pesce qualunque, ma uno storione che produce il miglior caviale in commercio, e poi perchò, come il pesce in questione, ha bisogno di tempi lunghi per poter dare il megio di sè, con risultati eccezionali.     La Vodka Beluga è prodotta da JSC Synergy, uno dei colossi russi del settore delle bevande alcoliche nonché terzo produttore di Vodka al mondo. Distillata per la prima volta nel 2002, Beluga è diventata in breve tempo leader del segmento Super Premium –Ultra Premium; sui mercati occidentali è presente a partire dal 2009, ed è oggi venduta in oltre 50 Paesi del mondo.   La gamma beluga è composta da varie tipologie:   VODKA  BELUGA  NOBLE Un distillato che definire “base” è estremamente riduttivo. La piu adatta ad essere miscelata, passa trenta giorni di affinamento (moltissimi per una Vodka) prima di essere messa in commercio. Prodotta da cereali russi maltati di alta qualità, viene controllata in ogni fase della distilazione. Distillazione multipla in alambicchi continui, rettificazione in cinque passaggi, filtrazione in due passaggi su carbone attivo di betulla. Ne risulta un Bouquet fresco, in cui spiccano fragranti accenni floreali e note di cereali.   VODKA  BELUGA TRANSATLANTIC Prodotta in onore della squadra di vela Russa,ha una particolarità che la differenzia dalle altre Vodke Beluga: nel processo di filtrazione, il distillato passa attraverso un filtro di cotone naturale. Il processo di affinamento, che in questo caso passa a 45 giorni, lo rende un prodotto con un gusto delicato.   VODKA  BELUGA ALLURE Un pakaging alla moda caratterizza questa Vodka dedicata alla squadra nazionale russa di polo. Due mesi di riposo, per un distillato che regala sentori di frutti rossi, gusto morbido ed avvolgente. Per questa (e per tutte le altre Vodke Beluga) nessun additivo di sintesi, solo naturali. Cinque distillazioni e tre filtrazioni ci regalano un distillato pulito e rotondo.   VODKA  BELUGA GOLD LINE Ed arriviamo al top di gamma (da noi degustato con accompagnamento di caviale Beluga…). La GOLD LINE aspetta 90 giorn i (tre mesi!!!) prima di essere messa in commercio, una lavorazione complicata che ci dona una Vodka incredibile: Solo fermenti e additivi naturali, nessun additivo di sintesi. Controlli di qualità ad ogni fase della lavorazione,distillazione multipla in alambicchi continui, rettificazione in cinque passaggi, filtrazione in tre passaggi su carbone attivo di betulla, ulteriore filtrazione su quarzo. Per finire bottiglie numerate,assemblate interamente a mano, con astuccio in pelle e con dotazione di un martelletto (per rompere il sigillo di cera sul tappo) e di una spazzola in setole di tasso (per rimuovere i frammenti del sigillo). L’etichetta è metallica, con uno storione tridimensionale fissato a essa.     Un consiglio per bere la Vodka di qualità: non ghiacciata,  ma fresca (come per i vini), a seconda della complessità.  Così cone sarebbe un peccato bere un barolo freddo,  è altresì un orrore raffreddare troppo Vodke di pregio.  Seppur non prepotenti, come può essere per rum o tequila,  ci sono aromi e profumi nella Vodka che verrebbero coperti dal freddo.  Altro consiglio, la Vodka di qualità (quella non di qualità non va  neanche presa in considerazione) va degustata.  Se beviamo qualcosa di buono è sempre bene assaporarlo, i chupiti lasciamoli ai bar di quart’ordine che servono alcolici di dubbia provenienza a prezzi bassi. Lasciamoci avvolgere dal gusto, ne guadagneremo in piacere e   soprattutto in salute Infine una sorpresa: due nuovi prodotti a marchio Beluga non ancora in commercio: BELUGA HUNTING BITTERS, prodotti nel cuore della siberia dai maestri distillatori di Beluga   HUNTING BERRY: include una serie di frutti rossi e spezie (anice, cannella ed altre). Tutte le erbe, i frutti e le spezie vengono macerate separatamente, in piccoli gruppi, per accentuarne gli aromi. Solo alla fine la complicata opera di “blending” per creare due prodotti dai gusti e profumi bilanciati. La gradazione alcolica è di 38 gradi. HUNTING HERBAL: l’acqua dei pozzi artesiani e l’alcool maltato,uniti ad una ricca selezione di erbe e ad una lavorazione attenta e complicata, rendono giustizia ad un “bitter” a 40 gradi ricco di profumi. Si consiglia di bere questi due prodotti ben freddi, oppure come base per cocktail, che godranno dei profumi di questi due prodotti. La Vodka Beluga è prodotta da JSC Synergy, uno dei colossi russi del settore delle bevande alcoliche nonché terzo produttore di Vodka al mondo. Distillata per la prima volta nel 2002, Beluga è diventata in breve tempo leader del segmento Super Premium –Ultra Premium; sui mercati occidentali è presente a partire dal 2009, ed è oggi venduta in oltre 50 Paesi del mondo. http://vodka-beluga.com/ Distribuita in Italia dai fratelli Rinaldi          

  • Bartending,  Cocktails

    MISCELAZIONE FUTURISTA

    Fulvio Piccinino ( a cui va il mio personale ringraziamento) ci regala un viaggio nel mondo del futurismo e delle sue polibibite. Imperdibile! IL RIVOLUZIONARIO RUOLO DEL VINO, CARBURANTE DEL POPOLO, NELLA MISCELAZIONE FUTURISTA Tutti conoscono il Futurismo in quanto avanguardia artistico culturale che sconvolse   i primi trent’anni del novecento, ma ben pochi sanno che gli stessi artisti partorirono i più geniali cocktails a base di vino della storia della miscelazione italiana. Il vino italiano era presente sulla tavola della quasi totalità degli italiani dove svolgeva egregiamente  il ruolo di alimento senza alcuna velleità di abbinamento con il cibo consumato. E fino a quella rivoluzione culturale, il vino, sia bianco che rosso, aveva con ben pochi cocktail al suo attivo. Il popolare “mezzone” che lo vedeva mescolato con la gazzosa, frutto della saggezza contadina per dissetarsi nelle calde ore estive pomeridiane, era figlio dello “spritz” di origine austriaca. Con l’obiettivo di diminuire la carica alcolica dell’italico vino e rendere più fresca la beva i soldati austriaci presero a mescolare i forti vini bianchi italiani con acqua gassata e succo di limone, usanza che venne poi ripresa successivamente nel resto d’Italia, utilizzando però la nuova bibita citrina. Nei bar più evoluti, si assisteva all’evoluzione del primordiale “spritz” dove, oltre a vino ed acqua, si aggiungevano per dare un tocco amaricato pochi centilitri di uno delle decine di bitter o amari, che popolavano la produzione liquoristica italiana. Infine, all’Harry’s Bar di Venezia Cipriani creava le prime miscele a base di spumante e frutta fresca, caposaldi della miscelazione italiana per oltre un lustro. Ma questa miscelazione, assolutamente classica,  è ben lontana dagli slanci creativi dei futuristi che per primi utilizzano il vino come ingrediente base di miscele con più abbinamenti di gusto stravolgendone anche i concetti di abbinamento. Il perché è semplice. In pieno regime fascista vigeva la massima autarchia e non è possibile avere, sia per le ristrettezze economiche sia per le direttive centrali, nessun tipo di ingrediente straniero, quindi il territorio italiano, con la sua produzione di qualità, ritorna prepotentemente alla ribalta. Grappa, liquori di tradizione, normalmente bevuti lisci nel dopo cena, e vini considerati per la sola tavola, divengono ingredienti base di cocktail che ci comunicavano originalità e creatività tipicamente italica. Questi nuovi cocktail battezzate “polibibite” per ottemperare, anche nel linguaggio ai dettami del regime, devono rispondere, nelle intenzioni dei creatori, alla miscelazione americana che aveva invaso i bar europei. Per effetto del Proibizionismo, decine di barman disoccupati provenienti da Oltreoceano portano gli stili di consumo tipici di quella cultura, con abbinamenti giocati sul dolce ed acido, insieme all’utilizzo di distillati come gin e whisky. Ma questa contaminazione non poteva essere accettata dai futuristi che nel frattempo avevano perso lo slancio internazionalista che aveva caratterizzato la fondazione del movimento nel 1909. Champagne, cognac e rhum popolano le cronache dei fondatori del primo futurismo al di fuori dei confini italici, impegnati come non mai, soprattutto Marinetti, a divulgare le idee ed il verbo della nuova avanguardia. Ma ora con l’avvento del nazionalismo, figlio inevitabile del periodo, che vide anche America, Francia e Germania chiudersi nei propri confini, le carte e le regole del gioco della miscelazione andavano nuovamente cambiate. Marinetti e soci, capiscono che non è possibile sconfiggere il cocktail, affascinante ed esotico, rinnegandolo come stile di consumo come fa invece una parte della stampa asservita al fascismo. Il cocktail è simbolo di fantasia creativa, provocante e innovativo ed è pertanto futurista per definizione. Pertanto lo adottano e lo modificano in modo che sia funzionale al progetto. Il fondatore del movimento era profondamente convinto che per creare una nuova generazione, che si muovesse secondo i dettami futuristi, bisognava iniziare dal cibo, elemento primitivo e primordiale necessario alla vita, in grado di avere profonde influenze sul carattere. L’uomo agisce e pensa secondo quello che mangia e beve, sostenevano a più riprese diverse molti filosofi del tempo, suffragati molto tempo prima anche da proverbi e motti della saggezza popolare. L’idea era tutto sommato semplice, ovvero portare lo stravolgimento ed il rifiuto delle regole nella poesia, pittura e scultura che segnarono e contraddistinsero il cammino futurista  all’interno dell’alimentazione, che fino ad allora era stata votata alla massima tradizione. La provocazione futurista cadde nel vuoto, per via di una tradizione popolare troppo radicata e poco propensa al cambiamento delle tradizione. I futuristi, rileggendo oggi il progetto, volevano dotare l’Italia di una Cucina Nazionale, impostata sui dettami dell’avanguardia culturale e sui voleri del regime, che si scontrò con l’estrema regionalizzazione delle ricette, figlia del nostri trascorsi storici che ci vedeva non una nazione, ma un insieme di piccoli stati indipendenti. Al culmine della rivoluzione, che ebbe un suo Manifesto pubblicato nel 1930 ed un suo ristorante a Torino, il Santopalato, pubblicarono il libro “La Cucina Futurista” nel 1932 che conteneva pranzi, formule e polibibite Gli elementi base dell’arte plastica futurista, propri della scultura ed architettura, così come il concetto di simultaneità della pittura, furono trasferiti nelle polibibite, che furono vissute come creazioni di arte temporanea che dovevano durare lo spazio di pochi attimi che dovevano suscitare commenti e sorpresa nel bevitore. Questa rivoluzione fu possibile grazie a decorazioni uniche nel suo genere, composte da datteri, fette di prosciutto, ostie, acciughe, peperoncini verdi, cubi di formaggio e di cioccolato, che introdussero un elemento di rottura unico nel suo genere se pensiamo che, fino ad allora, si utilizzavano al massimo scorze di agrume ed olive. Inoltre prima dei futuristi la classificazione dei cocktail era basato sullo spartiacque del desinare, con pre-dinner ed after-dinner, mentre con i futuristi  la loro classificazione fu basata sullo scopo perseguito dalla polibibita. Nacquero polibibite “Snebbianti” con lo scopo di abbassare la ferrea morale del tempo,…

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